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Storia dell'ente

La storia dell'ente camerale della sede di Gorizia

 

 

 

 

 

 

La seconda metà del XIX secolo

L'edificio attuale

L'edificio attuale

 

immagine storica

gentile concessione sig.ra L. REVINI

 

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gentile concessione sig A. PECILE

 

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gentile concessione sig.ra L. REVINI

 

Regno Lombardo - Veneto.

Le Camere continuarono a essere regolate dagli ordinamenti francesi fino alla legge 3 ottobre 1848 e al regolamento per le Camere di commercio del Regno Lombardo-Veneto 21 luglio 1849. La legge 18 marzo 1850 sulla istituzione di Camere di commercio e d'industria abrogò le disposizioni precedenti e stabilì competenze, estensione territoriale e finalità dell'istituto: "la sfera di attività [...] si estende solamente agli affari di commercio e d'industria. [Le Camere] sono il mezzo con cui il ceto commerciale e industriale partecipa i suoi desideri al Ministero del commercio e lo coadiuva a vantaggio delle relazioni commerciali" (art. 3).

Ogni Camera venne ripartita in due sezioni: commerciale (trattava tutti gli affari concernenti il cambio, lo spaccio e il traffico con merci) e industriale (cui competeva la tutela delle invenzioni, dei marchi e dei rapporti tra datori di lavoro e salariati).
La legge era corredata da un elenco delle Camere da istituirsi nei singoli domini con l'indicazione dei rispettivi distretti e del numero dei membri (da 10 a 30). Erano sedi camerali Gorizia e Trieste (Dominio del Litorale), Bolzano e Rovereto (Dominio del Tirolo e Vorarlberg), Venezia, Udine, Treviso, Padova, Vicenza, Belluno, Rovigo, Verona (Dominio di Venezia), Milano, Mantova, Cremona, Lodi, Pavia, Bergamo, Brescia, Como, Sondrio (Dominio di Milano).

Le Camere svolgevano funzioni generali di carattere consultivo, informativo e amministrativo: riferivano pareri e proposte su tutti gli oggetti compresi nella loro sfera d'attività; redigevano un rapporto annuale sulla situazione del commercio e dell'industria del proprio distretto; tenevano i registri delle imprese, con informazioni attinenti al ramo di attività, dimensione e forza lavoro occupata; riferivano tutti i dati occorrenti per la statistica del commercio e dell'industria; potevano decidere come giudici arbitrali sulle materie riguardanti l'industria e il commercio, previste dalla legge.

I membri della Camera venivano eletti direttamente da commercianti e industriali che possedevano certi requisiti. Spettava al Ministero determinarne il numero per ogni Camera e per ogni sezione e le categorie fra le quali dovevano essere scelti (artt. 10-25). Il presidente e il vicepresidente erano eletti tra i membri della Camera ma la nomina doveva essere confermata dal Ministero. Erano previste Consulte per le due sezioni. Per ogni seduta doveva essere tenuto un protocollo pubblico.

Le entrate delle Camere derivavano da rendite o da un'imposta diretta su tutti gli elettori.

La legge del 1850, che costituisce la prosecuzione e lo sviluppo più coerente della legislazione napoleonica, è la più avanzata tra quelle del periodo preunitario, tanto che alcuni aspetti fondamentali, quali il principio dell'elettività degli organi, l'obbligo della registrazione delle ditte, l'importanza attribuita alle funzioni statistiche camerali verranno riprese dalla legge di riordinamento generale delle Camere del 1862.

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18 marzo 1850: costituzione della Camera di Commercio di Gorizia

Con la legge del 18 marzo 1850 l'Impero Austro - ungarico riordinava radicalmente le Camere di Commercio, unificandone le attribuzioni, la sfera d'azione e la struttura finanziaria precisando, nel contempo, la loro denominazione, modificata e stabilita in quella di "Camere di Commercio e d'Industria". L'art. 3 precisava anche che ogni Camera doveva essere "il mezzo con cui il ceto commerciale ed industriale partecipa i suoi desideri al Ministro del Commercio e lo coadiuva a vantaggio delle relazioni commerciali …".
Venivano stabilite in tutto l'Impero 60 Camere, 29 delle quali nelle province austriache, 14 nei paesi della Corona ungherese e 17 nelle province del Lombardo Veneto, mentre nell'anno successivo veniva emanato il provvedimento legislativo che ne stabiliva minuziosamente scopi e funzionamento.

La Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura fu costituita ufficialmente a Gorizia il 12 agosto 1850 e, solo per l'atteggiamento poco propenso alla fusione di quella di Trieste, non venne ad essa accorpata.

La modestia della circoscrizione indusse i Consiglieri ed Ettore Ritter, primo Presidente della Camera di Commercio di Gorizia, a dare all'organismo camerale un'organizzazione in parziale disaccordo con le direttive imperiali: motivi dei contrasti furono l'articolazione in una sola sezione anziché in due (commercio ed industria), e il limite d'imposta per l'eleggibilità a consigliere. La ricomposizione dei contrasti non evitò che, nel 1852, il governo austriaco imponesse la cessazione dell'attività a seguito dei troppo pesanti costi sugli associati determinati dall'imposta addizionale, unica consistente e certa fonte di finanziamento camerale. Anche dopo il superamento di questa crisi, l'attività continuò in mezzo a difficoltà di ogni sorta.

Sin da allora si comprese l'importanza dell'attività promozionale della Camera di Commercio per l'economia locale e, infatti, una delle prime iniziative della neocostituita Camera fu l'organizzazione di una vetrina delle attività produttive goriziane.

Nel 1853 si svolse, infatti, la Prima esposizione di prodotti agricoli ed industriali. Nelle pagine introduttive il Presidente già tracciava una prima situazione economica del Circolo, il cui schema sarebbe stato ripreso dal primo
Rapporto generale della Camera di Commercio ed Industria del Circolo di Gorizia rassegnato all'i.r. Ministero del Commercio sulle notizie statistiche dessunte a tutto il 1858.

Tale documento venne pubblicato nel 1859, e costituisce il primo documento avente aspetto di rendiconto dell'Ente Camerale. Esso non venne pubblicato prima per tutta una serie di motivazioni, comprensibili se si pensa alle difficoltà finanziarie del neo organo camerale, alla mancanza di uno specifico ufficio destinato alla raccolta delle informazioni, alla diffidenza degli operatori.

In esso vennero presi in esame tutti gli aspetti del Circolo: da quello geografico a quello climatico, dall'industria all'artigianato, dalle comunicazioni interne agli approdi marittimi. Notevole fu l'interesse per l'agricoltura della circoscrizione: il settore agricolo, infatti, non rientrava nelle materie di competenza della Camera, eppure si trovano in esso ampi riferimenti all'agricoltura. Evidentemente essi derivano dall'esigenza di offrire una descrizione completa del territorio, e, forse, intendono porre l'accento sulla stretta interdipendenza dei settori produttivi e dell'intermediazione commerciale. Già allora, infatti, si poneva il problema di conservare un assetto territoriale equilibrato, per non danneggiare le risorse fondiarie ed evitare lo spopolamento della montagna e delle campagne, fonte di danni per l'intera comunità provinciale.

L'analisi di questi rapporti è particolarmente interessante perché rendono possibile la comprensione della politica camerale di allora e delle finalità che la stessa si proponeva.
Il successivo Rapporto della Camera di Commercio e Industria di Gorizia rassegnato all'i.r. Ministero del Commercio sopra le notizie statistiche degli anni 1870 - 1871 - 1872, venne pubblicato nel 1873 e, rispetto al primo, fu molto più ricco di dati statistici e tabelle. Si pensò, allora, di inserirvi brevi monografie e ciò per promuovere lo sviluppo dell'associazionismo. Questo rapporto ha il pregio di mettere in evidenza le difficoltà che l'organismo camerale ha, durante i suoi primi anni di vita, a dar voce alle esigenze degli operatori industriali e commerciali. Le difficoltà sono ancora maggiori perché nenache, gli amministrati non considerano positivamente l'azione della Camera di Commercio: tale atteggiamento era dovuto senz'altro al fatto che i piccoli operatori sopportavano con fatica l'aggravio finanziario ulteriore che gli veniva imposto, ma soprattutto, non vedevano di buon occhio il sistema di votazione previsto dal regolamento camerale, che garantiva la preminenza di pochi grandi operatori, tra i quali i Ritter rappresentavano il gruppo egemone.

Nel 1889 viene pubblicata la Relazione sommaria della Camera di Commercio ed Industria di Gorizia rassegnata all'i.r. Ministero del Commercio intorno alle condizioni del suo distretto nell'anno 1888: è la relazione della crisi, che contiene un sommesso appello al governo a sostegno dell'economia comitale. In essa viene sottolineata l'importanza degli inscindibili rapporti tra agricoltura e settore manifatturiero.

Ad essa seguirà, nel 1898, il Rapporto statistico sulle condizioni dell'economia nazionale per il quinquennio 1891 - 1895 nel distretto della Camera di Commercio ed Industria di Gorizia, la quale conteneva una dettagliata e minuta serie di tavole statistiche articolata per argomento.

Gli anni Novanta del XIX secolo sono per l'Austria il periodo della rinascita economica dopo la lunga stagnazione seguita alla crisi del 1873. Il governo centrale richiedeva pertanto la più ampia messe possibile di dati statistici per valutare ed organizzare quello che si avviava a diventare nei primi anni del Novecento, uno dei più vasti mercati interni del periodo. I rapporti camerali dei primi anni, ci svelano gli schemi mentali dei suoi estensori. Ettore Ritter considera, infatti, l'organismo economico del Circolo nel suo complesso: agricoltura ed industria sono interdipendenti, e le vie di comunicazione sono potenti mezzi per incrementare la velocità di circolazione delle merci e del capitale. Una visione globale, da cui dipendono per mezzo secolo le iniziative dell'organismo camerale goriziano.
Quando, nei primi anni del Novecento, quel motore d'idee innovative rappresentato dal gruppo Ritter viene meno, la Camera si chiude in un orizzonte limitato, in quanto, come riferisce il Paternolli, " … le meschine previsioni del nostro conto di previsione, anziché essersi migliorate, si sono fortemente aggravate per i diminuiti proventi e le accresciute esigenze dell'organismo interno della Camera".

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Storia della Camera di Commercio di Gorizia tra le due guerre

Il 1914 e l'inizio della Prima Guerra Mondiale portarono a Gorizia, come immediato contraccolpo, la parziale paralisi dell'economia, la sospensione della realizzazione di ogni nuovo progetto, la conversione forzata dell'industria esistente in industria di guerra.

Quando il 1915, con l'intervento italiano contro l'Austria, portò la guerra nel territorio stesso della provincia, in un primo tempo i traffici ed il commercio si saturarono, provocando squilibri anche finanziari; poi, gli eventi bellici imposero l'evacuazione della città ed anche la Camera di Commercio dovette seguire la sorte comune, trasferendo i suoi uffici ed archivi a Vienna, presso la locale Camera di Commercio ed il Ministero dell'Economia.

Nel 1916 il Governo di Vienna sciolse il Consiglio camerale, nominando un suo Commissario e sino al 1918 la Camera non poté svolgere alcuna concreta attività.

Terminata la guerra e ricongiunta Gorizia all'Italia, il primo intendimento dei componenti del neo ricostituito Consiglio camerale fu di riportare immediatamente a Gorizia gli uffici e gli archivi rimasti a Vienna, per iniziare al più presto l'opera di ricostruzione, anche economica, della città e della provincia.

Superate le conseguenze della soppressione della Provincia di Gorizia (ricostituita nel 1927) e, nel quadro del nuovo ordinamento corporativo, le cui basi vennero gettate dal Governo di allora con la creazione di organismi a carattere provinciale, nei quali dovevano confluire e coordinarsi ai fini comuni gli interessi delle associazioni sindacali di categoria, la Camera di Commercio veniva trasformata in Consiglio provinciale dell'Economia (1926), per poi successivamente diventare "Ufficio di Stato" posto alle dipendenze del Ministero delle Corporazioni ed amministrato dal Prefetto nella sua qualità di Presidente del Consiglio.

Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, al Consiglio, la cui attività nel settore economico della Provincia veniva sempre maggiormente ridotta per ovvie ragioni derivanti dallo stato di guerra, vennero affidati alcuni nuovi incarichi di natura diversa da quelli di istituto, fra i quali la mobilitazione e la regolamentazione del movimento di tutti i mezzi di trasporto merci non precettati, la requisizione dei pneumatici e la ridistribuzione degli stessi agli automezzi autorizzati a circolare, nonché il rilascio delle licenze di circolazione delle autovetture e dei motocicli.

Subentrata l'occupazione da parte dell'esercito germanico, la provincia, assieme con quelle di Trieste, Pola, Fiume e Udine, venne inclusa nel "Litorale Adriatico", circoscrizione territoriale retta da un "Alto Commissario" germanico con residenza a Trieste. Alle dipendenze dell' "Alto Commissario", l'amministrazione delle singole province venne affidata agli Uffici del "Consigliere germanico" (der deutsche Berater) che, ripartiti in più Sezioni (Abteilungen), controllavano tutta l'organizzazione e l'attività amministrativa della Provincia. Il Consiglio, cui i tedeschi avevano ridato la denominazione di Camera di Commercio, era controllato dalla "Sezione economica" (Virtschaftsabteilung).

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I consigli provinciali dell'economia

La legislazione fascista
L'instaurazione piena del regime fascista comportò il sovvertimento di alcune istituzioni dello Stato liberale. In particolare l'inquadramento del fenomeno economico nell'apparato normativo statale (riconoscimento giuridico dei sindacati, inglobamento delle rappresentanze produttive nella struttura corporativa, controllo, regolazione e coordinamento "pubblici" degli interessi privati) segnò la fine del sistema camerale.
La legge 18 apr. 1926, n. 731 realizzava l'esigenza di una visione unitaria delle diverse componenti della vita economica (in linea con l'accorpamento dei Ministeri dell'agricoltura, del lavoro e dell'industria e commercio nel Ministero dell'economia nazionale).
Vennero istituiti in ciascuna provincia i Consigli provinciali dell'economia, che ereditarono le competenze di Camere di commercio, Consigli agrari provinciali, Comitati forestali, Commissioni provinciali di agricoltura e Comizi agrari, assumendone tutte le attività e gli oneri (art. 35); i Consigli avevano compiti di rappresentanza, promozione e coordinamento dell'attività produttiva nelle province in armonia con gli interessi generali economici della nazione.

QUESTO COMPORTÒ PER ALCUNI CENTRI URBANI LA PERDITA DI ORGANISMI CON ANTICA TRADIZIONE (CIVITAVECCHIA, CHIAVENNA, FERMO, FOLIGNO, LODI, LECCO, RIMINI).

I Consigli (art. 3) potevano formulare proposte al governo e alla pubblica amministrazione per provvidenze attinenti l'agricoltura, l'industria, il commercio, il lavoro e la previdenza sociale; proporre regolamenti speciali di carattere provinciale diretti ad agevolare l'efficace applicazioni delle leggi interessanti il settore; funzionavano da organi locali per i servizi di statistica raccogliendo anche dati ed elementi relativi ai patti collettivi di lavoro; potevano essere delegati dal Ministero per l'economia nazionale a esercitare la vigilanza su enti ed istituti; potevano dare pareri sui regolamenti di polizia rurale e dettare le norme per fiere e mercati; davano pareri sui regolamenti per l'esercizio degli usi civici nei demani comunali. Inoltre avevano altre importanti funzioni amministrative quali le attribuzioni in materia di disegni e modelli di fabbrica e di marchi, la formazione dei mercuriali e listini prezzi, la tenuta del registro ditte.
I Consigli (art. 4) erano suddivisi in quattro sezioni: agricola e forestale, industriale, commerciale, lavoro e previdenza sociale; dove necessario poteva essere istituita una sezione marittima. In ciascuna sezione (art. 5) erano presenti i dirigenti degli organismi periferici dello Stato competenti in materia, i rappresentanti delle istituzioni e associazioni tecniche, scientifiche ed economiche della provincia, i rappresentanti delle organizzazioni sindacali. I membri non di diritto venivano nominati dal ministro, i rappresentanti dei lavoratori dai sindacati.
Gli organi dei Consigli non erano più elettivi (art. 11). In linea con i nuovi principi del diritto pubblico affermatisi dopo la svolta del 1925-26, era il prefetto della provincia ad assumere la carica di presidente del Consiglio provinciale dell'economia, mentre il presidente della giunta (organo ristretto con poteri di gestione corrente e di equilibrio tra le sezioni) veniva nominato dal ministro fra i componenti del consiglio del quale diveniva vicepresidente; nella giunta erano rappresentati i dirigenti delle sezioni. Il Consiglio si riuniva in adunanza plenaria due volte l'anno per approvare i bilanci predisposti dalla giunta.
I Consigli provvedevano alle spese per il loro funzionamento tramite diritti sui certificati e sugli atti conservati, la riscossione di un diritto sulle iscrizioni ai ruoli, l'imposta sui redditi provenienti da ogni forma di attività economica soggetta ad imposta di ricchezza mobile (artt. 17-22).
Una disposizione transitoria stabiliva che in ogni Camera di commercio sarebbe stato nominato un commissario straordinario con il compito di gestire lo scioglimento dell'ente e l'organizzazione del nuovo Consiglio. Le Camere erano comunque allora già commissariate sulla base della legge del 1924; la nuova norma non fece altro che sancire definitivamente l'abrogazione del sistema elettivo.
Con il r.d.l. 16 giu. 1927, n. 1071 (convertito nella legge 10 mag. 1928, n. 1027) i Consigli vennero affiancati dagli Uffici provinciali dell'economia (organi periferici del Ministero dell'economia nazionale, poi di quello delle corporazioni). Tali organismi avevano il compito di osservatori del movimento economico e sociale delle rispettive province. Fungevano altresì come uffici di segreteria dei Consigli provinciali provvedendo anche a tutte le loro necessità di ordine esecutivo. Novità importanti furono l'affidamento agli Uffici provinciali della gestione del registro ditte e dei compiti di raccolta dei dati statistici. Il decreto del giugno 1927 stabiliva anche che i prefetti provvedessero a costituire immediatamente i Consigli e portava al 1° gennaio 1928 il termine ultimo di cessazione dall'attività delle Camere con territorio inferiore alla provincia.
La denominazione dei Consigli cambiò prima in quella di Consigli provinciali dell'economia corporativa (legge 18 giu. 1931, n. 875), poi in quella di Consigli provinciali delle corporazioni (r.d.l. 28 apr. 1937, n. 524, convertito in legge 7 giu. 1937, n. 1387).
La legge del 1931 fece dei Consigli organi di coordinamento dell'indirizzo corporativo, assegnandogli il compito di inquadrare l'attività delle diverse associazioni professionali locali nello sforzo produttivistico richiesto dal regime. La legge introdusse poi alcune modifiche nel meccanismo gestionale: la giunta fu denominata comitato di presidenza e alle sezioni vennero affiancate commissioni speciali permanenti, da istituire ad hoc con decreto del ministro delle corporazioni, nel caso vi fosse la necessità di trattare materie particolari o di gestire aziende speciali. In ogni sezione doveva inoltre essere garantita la rappresentanza paritetica degli imprenditori e dei lavoratori.
Le notevoli trasformazioni organizzative e funzionali (coincidenza del territorio del Consiglio con la provincia, allargamento delle competenze all'agricoltura e al lavoro, funzioni di coordinamento di tutte le attività economiche, diverse modalità di elezione degli organi, attribuzione della presidenza al prefetto, istituzione degli Uffici provinciali) furono sancite nel testo unico delle leggi sui consigli e sugli uffici provinciali dell'economia corporativa approvato con r.d. 20 set. 1934, n. 2011.
La legge 7 giu. 1937, n. 1387 assegnò al comitato di presidenza ulteriori funzioni: la determinazione ed il controllo dei prezzi, un ruolo attivo nella stipulazione dei contratti collettivi di lavoro e nelle questioni relative ai licenziamenti dei lavoratori con cariche sindacali. Del comitato (così come del Consiglio generale) entrò a far parte il segretario federale del Pnf; nel solo comitato entrarono invece altri rappresentanti sindacali di settori fino ad allora esclusi (aziende di credito e finanziarie, professionisti e degli artisti, cooperazione).

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Il secondo dopoguerra

Alla fine del secondo conflitto mondiale la provincia isontina subì l'ennesima manipolazione e un ulteriore ridimensionamento. In seguito alle clausole dei trattati di pace, la zona montana della provincia goriziana passò allo stato jugoslavo. La linea di confine tagliò lo stesso capoluogo in due parti. Il nuovo ente provinciale fu costituito nel 1947 aggregando il comprensorio di Monfalcone ed il comune di Grado alle circoscrizioni di pianura che facevano parte della vecchia amministrazione.

Ritornata sotto la sovranità italiana il 16 settembre 1947 la Camera, a fianco dei servizi istituzionali affidatele, si assunse compiti di approntamento ed affiancamento di iniziative a favore del potenziamento economico provinciale e della ricostruzione dell'economia della provincia dai danni derivanti dalla guerra. Essa dovette far fronte ad una situazione economica nuova e non facile: tra le risorse economiche sottratte alla provincia goriziana, le più importanti furono senz'altro il patrimonio boschivo della regione montana, e due potenti centrali idroelettriche.

Con la nuova situazione politica si assistette, infatti, all'interruzione delle vie di traffico che dalle montagne facevano capo a Gorizia. La città era sempre stata meta di un afflusso di contadini e operatori commerciali provenienti dalla montagna, e la presenza di operatori economici sloveni, pur in diminuzione, non era stata irrilevante nel periodo tra le due guerre. In questo modo l'economia locale, oltre a subire la perdita di consumatori, perse anche capacità imprenditoriali e manodopera provenienti dalla montagna.

Il nuovo organismo amministrativo e territoriale disponeva così di scarse risorse naturali ed in esso prevalsero subito gli elementi industriali rispetto a quelli agricoli. Per la prima volta nella sua storia la circoscrizione che fa capo a Gorizia, non presentava caratteri eminentemente agricoli.

Nell'immediato dopoguerra, infatti, il capoluogo appariva privo di prospettive sia dal punto di vista industriale, sia da quello commerciale: le possibilità spontanee di sviluppo non erano ottimistiche, proprio per la mancanza di una presenza e tradizione industriale locali.
In alcuni documenti si giunse a definire Gorizia "città economicamente morta".

Anche dal punto di vista finanziario la situazione non appariva delle migliori: nonostante la presenza di diversi istituti bancari, sotto questo aspetto, quella di Gorizia fu definita, allora, una delle più povere province d'Italia.

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Nasce la Zona Franca

I problemi del 1948 sono di difficile risoluzione, anche perché, nell'immediato, la situazione politica internazionale non lasciava trasparire particolari aperture.
In quegli anni, infatti, la dirigenza politica individuò alcuni obiettivi da perseguire con strumenti straordinari. Il primo obiettivo, considerato lo scarso peso dell'agricoltura nella nuova Provincia di Gorizia, fu quello di stabilizzare l'occupazione industriale, di creare nuove occasioni d'investimento offrendo incentivi agli imprenditori, di riaprire, per quanto possibile i traffici con la vicina repubblica jugoslava che, in quel momento, era padrona delle vie di traffico facenti capo a Gorizia.

L'unica strada da percorrere, pertanto, per stabilizzare l'occupazione e, quindi, l'emorragia di forze lavorative, fu lo sviluppo delle attività industriali. In tal modo si cercò di impedire il collasso demografico provinciale, con le immaginabili conseguenze politiche.

Così, il primo provvedimento adottato dal governo per impedire lo "schiacciamento" della provincia fu l'istituzione della Zona Franca di Gorizia, con le leggi 01 dicembre 1948, n.1438 e 11 dicembre 1957, n.1226. Il provvedimento sostituì un progetto per la costituzione di una "zona industriale" nell'ambito del territorio del Comune di Gorizia. La zona interessata da questo provvedimento era delimitata dal confine politico e dai fiumi Isonzo e Vipacco. Esso prevedeva la distribuzione, libera da imposte, di contingenti d'alcuni prodotti, introdotti nell'ambito della "zona franca", nel restante territorio provinciale.

Attraverso tali disposizioni si cercò, così, di sostenere, applicando un regime fiscale ridotto, il potere d'acquisto della popolazione con la distribuzione di beni di consumo popolari (es. zucchero, caffè, olio di semi, burro, ecc), e di favorire le industrie locali con al fornitura di materie prime (zucchero, cacao, legname, ferro, ecc).

Tra le prime aziende beneficiarie dei sussidi di materie prime ci furono il Setificio Goriziano ed il Cotonificio Triestino.

Con la legge del 17 ottobre 1952, n.1502, la gestione di questo istituto venne affidata alla Camera di Commercio.

La legge 1438 previde, inoltre, l'esonero del dazio per i macchinari ed i materiali necessari per l'installazione e la trasformazione di stabilimenti industriali nell'ambito della "zona franca", e l'esenzione dall'imposta di ricchezza mobile per i dieci anni successivi all'attivazione.

Il regime di zona franca venne in seguito prorogato con legge 11 dicembre 1957 che previde, in aggiunta alle precedenti agevolazioni, la libera esportazione dei beni prodotti dalle industrie operanti nella zona franca ed il diritto alle assegnazioni in franchigia anche al territorio limitrofo all'area di zona franca. Attraverso successive proroghe il regime è tuttora vigente.

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Nasce il Fondo Rotazione

Il secondo istituto creato per sostenere l'attività economica nella provincia fu il Fondo di Rotazione per iniziative economiche a Trieste e a Gorizia. Esso fu istituito con legge 18 ottobre 1955, n.908, e in cinque anni, fino al 1960, erogò già lire 2.879.090.000.
I finanziamenti vennero distribuiti in diversi settori, ma gli impieghi maggiori furono effettuati nei comparti alberghiero, alimentare, siderurgico e metalmeccanico.

Grazie alla legge nazionale n.8 del 1970, la Regione Friuli Venezia Giulia fu autorizzata a far affluire proprie risorse finanziarie nel F.R.I.E. utilizzandole su tutto il territorio regionale.

Nel corso della nuova gestione tra il 1978 ed il 1994, affluirono nella provincia di Gorizia 478,3 miliardi, e gli impieghi si intensificarono dal 1984. I tassi sulle somme erogate furono differenziati in relazione alla grandezza delle imprese (piccola, media, grande) e la percentuale di copertura rispetto alla spesa ammessa fu del 45 - 70% per le nuove iniziative; per le imprese esistenti la percentuale si collocava tra il 40 e il 60%.

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L'accordo italo - jugoslavo per l'interscambio dei prodotti fra la zona di Gorizia - Udine e la zona di Sesana - Nuova Gorizia - Tolmino

A sbloccare l'impasse economico provinciale dell'immediato dopoguerra, fu l'accordo italo - jugoslavo per l'interscambio dei prodotti fra la zona di Gorizia - Udine e la zona di Sesana - Nuova Gorizia - Tolmino. Il provvedimento fu sollecitato da questa Camera di Commercio su indicazione degli operatori economici cittadini e, a volte, delle stesse amministrazioni comunali della provincia.

Gli accordi definitivi vennero stipulati ad Udine il 3 febbraio 1949. Per i pagamenti fu istituito un conto autonomo di compensazione generale presso la succursale di Gorizia della Banca d'Italia a favore della Narodna Banka (Banca Nazionale jugoslava).

Dopo inizi piuttosto modesti, il traffico in conformità a questo accordo subì sostenuti incrementi dopo il 1956, grazie alla progressiva liberalizzazione degli scambi tra i due paesi confinanti. Nelle importazioni dalla Jugoslavia prevalevano legname, bestiame da macello e altri prodotti primari; importante l'importazione di laterizi che comportava, però, una dura concorrenza nei confronti delle ditte provinciali operanti nel settore. Le esportazioni verso la Jugoslavia interessavano, invece, prodotti industriali, per la massima parte filati, articoli elettromeccanici, materiali elettrici, autoveicoli, carta, articoli di gomma e plastica.

Giustamente è stata rilevata l'importanza di questo accordo di scambi in quel particolare momento economico e politico. Nel 1949, l'Italia mirò ad espandere le proprie esportazioni, controllando strettamente le importazioni.
Da parte jugoslava, poi, c'era poi la tendenza a preferire i rapporti commerciali con l'area comunista, per cui la stipulazione di un simile accordo di interscambio fu un innegabile successo.

Il periodo dal 1962 al 1967 segnò il livello più cospicuo di scambi in base all'accordo d'interscambio, declinando, poi, dal 1967 al 1968, per le difficoltà dell'economia jugoslava e per la preferenza degli operatori d'oltre confine nei confronti del trattato commerciale generale tra i due paesi.

Grazie a questo trattato internazionale, comunque, le due parti della vecchia provincia "apprendono" a convivere sulla base di interessi economici comuni, e a misurarsi sul terreno della concretezza e non dell'ideologia o dello scontro nazionale.

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Nasce il Fondo Gorizia

Alla metà degli anni Settanta del Novecento varie analisi concordarono che, nonostante il funzionamento dei meccanismi distributivi di zona franca fosse soddisfacente, quel provvedimento non avesse comportato effetti decisivi nella stabilizzazione dell'economia locale.

Nell'ambito della disposizione legislativa emessa per l'ennesima proroga del regime di zona franca, legge n. 700 del 27 dicembre 1975, si pensò di rastrellare nuovi capitali attraverso i diritti di prelievo imposti sui generi agevolati, fatti poi affluire in un fondo da utilizzare per sostenere gli investimenti nella provincia. Il provvedimento non garantì, in ogni modo, cospicue disponibilità finanziarie.

Undici anni dopo, in considerazione di una situazione economica piuttosto critica, un altro provvedimento legislativo, la legge n.26 del 29 gennaio 1986, attribuì alla Camera di Commercio di Gorizia una dotazione finanziaria, con scadenza decennale, da utilizzare nel rilancio dell'economia locale. Nacque così il Fondo Gorizia.

Le decisioni sugli impieghi furono prese dalla Giunta Camerale Integrata costituita presso la Camera di Commercio, e la quota massima di contributo da parte del Fondo fu stabilita nel 15% dell'investimento. Vennero altresì stabiliti due massimali: un miliardo di lire nel caso di partecipazione a nuove iniziative, e 400 milioni nel caso di ammodernamento di azienda esistente.

Le modalità d'erogazione dei contributi sono diverse, secondo il settore d'intervento (turismo, commercio, trasporto, artigianato, enti pubblici, industria), e sono disciplinate da un Regolamento che fa riferimento alle due leggi istitutive del fondo.

L'articolo 10 del Regolamento stabilisce, infatti, la tipologia d'intervento con la possibilità di beneficiare dei fondi secondo la provenienza degli stessi (legge 700/75 o legge 26/1986).

Non vi è ambito della vita provinciale in cui il Fondo non trovi possibilità d'impiego a favore di enti pubblici e privati: non solo l'ambito produttivo, ma anche quello della cultura e del tempo libero hanno beneficiato dei suoi interventi con un capitale complessivo per investimenti ed anticipazioni di oltre 200 miliardi al 1995.

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Bibliografia

ALBERTO LUCHITTA,
La Camera di Commercio di Gorizia 1850 - 2000
Uomini e lavoro in 150 di storia,
Gorizia, LEG, 2001


CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA DI GORIZIA
Economia e società nel Goriziano tra '800 e '900.
Il ruolo della Camera di commercio (1850-1915),
a cura di F. BIANCO e M. MASAU DAN,
Gorizia, 1991

 

E. CANDUTTI - G. MANZINI
La Camera di Commercio di Gorizia,
Gorizia, 1970

 

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